L'ALFABETIZZAZIONE DIGITALE PUÒ PORRE FINE ALLA REPRESSIONE IN TIBET?

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Scrivendo quest'articolo darò fastidio ad alcune persone, ma non mi importa. Ho sempre sofferto dentro di me pensando al popolo tibetano, da quando ho visitato questa meravigliosa regione nel lontano 1998 - e ora è tempo di dire pubblicamente cosa penso delle politiche cinesi, adottate per distruggere la popolazione tibetana e la sua cultura. Ogni volta che mi capita di leggere notizie provenienti dal Tibet, sul mio petto si riapre una ferita e riprende a sanguinare per i tibetani, un popolo pacifico che è stato privato della sua libertà e del suo paese da un regime totalitario, nel 1951. Come se non fosse abbastanza, i Tibetani hanno dovuto sopportare una dura repressione per più di sessant'anni, non ricevendo alcun aiuto dalla comunità internazionale, che li praticamente abbandonati a loro stessi.

Lo scorso mese decine di Tibetani sono stati feriti dai colpi esplosi dalla polizia cinese, nella zona di Biru county. Stavano protestando pacificamente contro l'incarcerazione di un loro compagno attivista, arrestato senza alcun rispetto dei diritti umani.

In Cina, i diritti umani sono un tema caldo. Anche appartenendo alla maggioranza della popolazione, i cinesi stessi sono privati della maggior parte dei diritti fondamentali garantiti ai cittadini che vivono nei paesi democratici; si può dunque immaginare come il regime cinese tratti la minoranza tibetana. I tibetani sono infatti visti come cittadini di seconda categoria, senza alcun diritto. Da quando la Mao Zedong's People's Liberation Army invase il Tibet nel 1951, i tibetani sono stati privati dei loro diritti e privilegi, a vantaggio della nuova generazione di coloni provenienti da tutta la Cina. Migliaia di gompas - i templi buddisti in Tibet, Nepal e Ladakh - furono distrutti, le scuole smisero di insegnare la lingua tibetana e i posti di comando vennero occupati dai cinesi. Poco a poco i tibetani videro la loro cultura rimpiazzata dalla società cinese, senza alcuna speranza di riprendere possesso del loro heritage.

I tibetani possono fare poco o nulla per fermare la repressione cinese. Senza il supporto della comunità internazionale - ad eccezione delle infaticabili campagne promosse dal loro leader spirituale, il Dalai Lama - risultano totalmente inermi in confronto alla macchina militare del regime cinese. Inoltre, nel corso degli ultimi sessant'anni, il Partito Comunista Cinese ha messo in atto una strategia ancora più subdola - ma anche più efficiente - per sottomettere la popolazione tibetana: la colonizzazione. Da quando prese in mano il potere, il regime cinese ha incentivato la migrazione di centinaia di migliaia di cittadini, provenienti da tutto il paese, verso il Tibet, in modo da rendere i tibetani una minoranza nella loro stessa terra d'origine. Questa mossa è risultata molto più efficiente di un'occupazione militare, in quanto ha praticamente alienato i cittadini cinesi del ceto medio-alto dalla popolazione tibetana, rendendoli così gli unici beneficiari delle risorse economiche.

Dall'occupazione cinese, il popolo tibetano è stato privato dei diritti umani fondamentali, inclusa la libertà di parola, di stampa e di organizzazione in partiti politici. Ai tibetani è ora permesso professare la loro religione, ma è solo una falsa azione di tolleranza ad opera del regime. Pechino riporta "sostanziali" miglioramenti delle condizioni di vita della minoranza tibetana, ma la verità è che i monaci continuano a darsi fuoco per protestare contro gli oppressori. Non so come questo possa essere definito un "miglioramento". Proprio recentemente, i tibetani sono stati costretti ad appendere la bandiera cinese fuori dalle loro case. Ciò ha scatenato le proteste che hanno portato all'arresto dell'attivista menzionato dell'articolo precedente.

Sono passati quindici anni dalla mia visita in Tibet. Durante il mio viaggio in questa terra meravigliosa, alcune delle gompas precedentemente distrutte erano state ricostruite e i monaci stavano lentamente ricominciando ad ospitare i visitatori. All'apparenza, il regime cinese sembrava essere diventato più tollerante verso la minoranza tibetana, ma era solo un'illusione - e lo si poteva leggere sulle facce delle persone sopravvissute ad anni di repressione brutale. Ogni volta che osavo toccare temi politici con un tibetano, la conversazione cessava improvvisamente. Troppe spie del governo erano infiltrate nella popolazione e coloro i quali venivano scoperti a parlare del regime con i turisti, spesso "scomparivano". Le uniche persone con cui ho avuto modo di parlare (raramente) delle loro vite, sono stati i monaci, ovviamente solo quando ci ritrovavamo da soli. Prima del mio viaggio avevo letto che i cinesi avevano distrutto molte delle immagini del Dalai Lama - immagini sacre per ogni tibetano - e punivano chiunque venisse trovato in possesso di tali immagini. Così, chiunque fosse riuscito a salvarne qualcuna, la trattava come un vero tesoro. Tenete a mente che la maggior parte dei tibetani non hanno un televisore - per non parlare di un computer - e quindi non avevano nessun'idea di che faccia avesse il Dalai Lama, dopo essere stato in esilio per così tanti anni. Un'immagine di sua santità era di valore inestimabile. Nonostante fosse illegale, avevo fotocopiato un primo piano del Dalai Lama e nascondevo le copie in una tasca interna. Ogni volta che avevo la possibilità di trovarmi da solo con un tibetano, davo loro una delle copie. Non dimenticherò mai le lacrime sui loro volti.

Oggi i tibetani sono costretti a svolgere i lavori meno pagati. È vero. Soffrono di innegabili discriminazioni e sono disprezzati regolarmente dai cinesi. È vero. E gli invasori non perdono occasione di farli sentire ospiti nella loro stessa terra d'origine. Anche questo è vero. Durante il mio viaggio, la mia guida mi disse di essere tibetano. Al tempo, la mia ignoranza non mi permise di distinguere chiaramente tra i tratti facciali di un cinese e un tibetano, così all'inizio gli avevo creduto. La cosa però non durò a lungo. Capii ben presto che fosse un impostore dal piacere che provava fumando nei monasteri che visitavamo e urinando contro i muri. Queste sono le cose che i tibetani devono sopportare da quando hanno perso la sovranità sul loro paese.

Il Dalai Lama si è fatto testimone dei diritti negati in Tibet, senza sosta, per decenni. Credo che se ognuno scrivesse un blog denunciando le ingiustizie in Tibet, forse il governo cinese sarebbe costretto a fare di più per garantire ciò che il Dalai Lama chiede per il suo popolo. Se noi tutti usassimo i social media per far luce sulla gravità dell'oppressione a discapito del popolo tibetano, forse i governanti si sentirebbero costretti a rispettare la libertà della popolazione tibetana. Se condividessimo sui social media la nostra frustrazione e la nostra determinazione nel fare di tutto  quello in nostro potere per riuscire a cambiare questa situazione, forse la nuova generazione di politici cinesi risponderebbe a questa campagna mediatica e sarebbe più incline a porre fine a questa repressione. Non ci vuole molto a scrivere un blog come questo.. Chi è con me?

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Giacomo Cresti

Senior Editor Annex Press

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