LOW: I PALADINI DELLO SLOWCORE, TI SCALDANO IL CUOR

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I Low sono parsimoniosi, centellinano le note come se fossero pietre preziose.  Stupiscono con la lentezza, la delicatezza e la sobrietà. Non cercano il clamore e il frastuono, altrimenti non sarebbero definiti i paladini dello slowcore.

Al di là delle etichette, spesso coniate dalla stampa per districarsi nella grande foresta dell'indie-rock, i Low sono tutta sostanza e niente apparenza. Insieme da oltre 20 anni e composti da Alan Sparhawk (voce e chitarra), Mimi Parker (batteria e voce), rispettivamente marito e moglie, e un terzo membro al basso e alle tastiere che viene cambiato spesso (al momento abbiamo Steve Garrington), la band americana ha fondato la propria carriera artistica sull'onestà della loro proposta e sulla solidità di album (siamo a quota 10) costruiti con la naturalezza di chi conosce a fondo la materia e non ha bisogno di mostrare i muscoli o gli effetti speciali, anche se all’occorrenza sa essere grintosa e alzare il volume della chitarra elettrica e l’intensità del drumming.

Quello che però fa davvero la differenza tra i Low e altre band dello stesso genere è l'alternanza al canto tra la voce calda e sicura di Alan e la voce angelica (diciamo pure “divina”) di Mimi: ciò giova molto alla varietà stilistica dei brani ed è indice di un chiaro affiatamento (anche nella loro vita privata, immagino) percepito soprattutto nelle armonizzazioni delle loro voci quando cantano entrambi su uno stesso brano (magia pura, prendete a caso “In The Drugs” o “Time Is The Diamond” e ascoltatele in religioso silenzio per credere).

A testimonianza di tutto ciò, un presente chiamato “The Invisible Way” (2013), ultimo loro album prodotto da  Jeff Tweedy (Wilco), e performance dal vivo esaltanti, tra cui quella a cui ho avuto la fortuna di assistere ieri sera a Firenze, al Teatro Puccini. In perfetta linea con la loro musica, i Low hanno fatto sì che le emozioni scaturissero dall’essenziale, ovvero dai suoni, e non da tutto il resto che spesso distrae durante i concerti (niente discorsi superflui e ruffiani per ingraziarsi il pubblico, del tipo “siete i MILIORI del mondo”, niente fumogeni, né laser, né video suggestivi alle spalle: solo luci essenziali e ottima musica senza interruzioni).

 Tutti i brani che più amo di loro erano in scaletta: “Plastic Cup”, “Just Make it Stop”, “Monkey”, “Sunflower”, “When I Go Deaf”, “Especially Me”, “Holy Ghost” e tantissimi altri (peccato solo per “Lullaby”, non pervenuta, risalente al lontanissimo e imperdibile album di esordio intitolato “I Could Live In Hope” del 1994).

Non si sono certo risparmiati, di sicuro non sono venuti solo per fare i turisti in una città d’arte e lo dimostrano gli oltre 90 minuti di concerto, con due bis richiesti a gran voce da un pubblico attento, educato e appassionato (immagino che sia difficile capitare a un loro concerto “per puro caso”).

È stato davvero bello esserci.

http://chairkickers.com/



About the author

SimoneMoretti

Graduated in Political Science at the University "Cesare Alfieri" of Florence, I worked with Deluxe Digital Studios for over 12 years. I worked in various capacities in the Translation Scheduling Coordination Department, starting as Scheduling Coordinator and rising through the department to Assistant Supervisor. Currently a freelance translator specialized in…

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